Quando un paziente arriva in ambulatorio con una diagnosi di artrosi al ginocchio e la proposta di un intervento protesico, la prima domanda che mi pone è quasi sempre la stessa: “Ma dottore, che tipo di protesi mi serve?” È una domanda legittima, e la risposta dipende da diversi fattori clinici da approfondire con il paziente.
Parleremo della differenza tra protesi monocompartimentale e protesi totale di ginocchio, i criteri che orientano la scelta e cosa aspettarsi dall’intervento e dalla riabilitazione, non per sostituire la visita specialistica — che rimane indispensabile — ma per aiutarti ad arrivare a quella visita con le domande giuste.
Protesi monocompartimentale: cos'è e quando si usa?
La protesi monocompartimentale — chiamata anche protesi unicompartimentale o “mono” — sostituisce solo il compartimento del ginocchio danneggiato dall’artrosi, lasciando intatti i legamenti crociati e le altre strutture articolari.
Il ginocchio è composto da tre compartimenti: mediale (interno), laterale (esterno) e femoro-rotuleo (anteriore). Nella maggior parte dei casi, l’artrosi colpisce prima il compartimento mediale, e quando questo è l’unico coinvolto, la protesi monocompartimentale diventa una soluzione percorribile.
I candidati ideali sono tipicamente:
- pazienti con artrosi monocompartimentale confermata dalla RX in carico
- età inferiore ai 65-70 anni (anche se non è un criterio assoluto)
- peso corporeo nella norma o lieve sovrappeso
- legamenti crociati integri e buona mobilità articolare
- dolore prevalentemente localizzato sul lato interno del ginocchio
Il vantaggio principale di questo tipo di impianto è la conservazione del tessuto osseo e dei legamenti: il risultato funzionale è quello di un ginocchio “più naturale” rispetto alla protesi totale. La ripresa è generalmente più rapida.
Nota Clinica:
Non tutti i pazienti sono candidati alla mono anche se l’artrosi è monocompartimentale.
La valutazione deve includere la qualità ossea, l’asse del ginocchio e la situazione dei legamenti.
Protesi totale di ginocchio: indicazioni e vantaggi
La protesi totale — o protesi totale di ginocchio (PTG) — sostituisce le superfici articolari di tutti e tre i compartimenti.
Si ricorre alla protesi totale quando:
- l’artrosi coinvolge due o tre compartimenti
- c’è deformità in varo o valgo significativa (ginocchio a parentesi o a X)
- i legamenti crociati sono compromessi
- una precedente protesi mono ha fallito e richiede revisione
- il paziente ha artrite reumatoide o altre artropatie infiammatorie
- il paziente presenta più di 70 anni.
Come si sceglie tra le due: età, BMI e grado di artrosi
Non esiste una risposta valida per tutti. La scelta tra protesi monocompartimentale e totale si basa su una valutazione clinica e strumentale che comprende:
- Radiografie in carico (in piedi): permettono di valutare il grado di artrosi compartimentale e l’asse meccanico dell’arto
- RM del ginocchio: per verificare lo stato dei legamenti e delle strutture cartilaginee residue
- Età e livello di attività: un paziente di 58 anni che vuole tornare a giocare a tennis ha esigenze diverse da uno di 75 con stile di vita sedentario
- BMI: un peso corporeo elevato aumenta il rischio di usura precoce della mono
- Aspettative del paziente: fondamentale discuterle durante la visita
In sintesi: se l’artrosi è davvero limitata a un solo compartimento e il paziente ha le caratteristiche giuste, la mono è spesso la scelta migliore.
In tutti gli altri casi, la protesi totale offre risultati più prevedibili e duraturi.
Come si svolge l'intervento
Entrambi gli interventi si eseguono in anestesia spinale (più comune) o generale, in sala operatoria. La durata varia da 50 a 60 minuti circa.
Con la protesi monocompartimentale, l’incisione chirurgica è più piccola e il trauma sui tessuti molli è minore.
Con la protesi totale, l’accesso è più ampio ma le tecniche mininvasive hanno ridotto notevolmente le complicanze e il dolore post-operatorio.
In entrambi i casi, i componenti protesici vengono fissati all’osso con un collante chiamato cemento osseo.
Riabilitazione: tempi e aspettative reali
La ripresa dopo protesi di ginocchio è un percorso progressivo. Nella mia esperienza, i pazienti che ottengono i migliori risultati sono quelli che iniziano la fisioterapia il giorno stesso o il giorno dopo l’intervento — quando possibile.
- Giorno 1-2: carico assistito con deambulatore, esercizi di mobilizzazione passiva
- Settimana 2-4: cammino con bastone, esercizi attivi di rinforzo muscolare
- Mese 1-2: autonomia nelle attività quotidiane, fisioterapia intensiva
- Mese 3-6: ritorno allo sport a basso impatto (nuoto, bici, camminate)
- Mese 6-12: risultato funzionale definitivo
Con la protesi monocompartimentale i tempi tendono ad essere leggermente più brevi. Con la protesi totale, la maggior parte dei pazienti raggiunge un’autonomia soddisfacente entro 6-8 settimane dall’intervento.
Domande da fare al chirurgo prima di decidere
Prima di qualsiasi decisione, ti consiglio di presentarti alla visita con queste domande:
- Sono candidato alla protesi monocompartimentale o totale, e perché?
- Quanti interventi di questo tipo ha eseguito nell’ultimo anno?
- Qual è la tecnica che usa e perché la preferisce?
- Quanto durerà la mia protesi con il mio stile di vita?
- Che tipo di fisioterapia dovrò seguire dopo?
- Quando potrò tornare a guidare, lavorare, fare sport?
Un buon chirurgo ortopedico prende il tempo per rispondere a tutte queste domande. Se esci dalla visita con più dubbi di prima, non esitare a chiedere una seconda opinione: è un tuo diritto e può fare la differenza.
Prenota una visita specialistica: valuteremo insieme la tua situazione.
FAQ - Domande Frequenti sulla Protesi di Ginocchio
No, 60 anni non è troppo giovane per una protesi di ginocchio. L'indicazione all'intervento dipende dal grado di artrosi, dalla qualità della vita e dai sintomi — non dall'anagrafe. Anzi, a 60 anni si è spesso in ottime condizioni generali, il che favorisce la ripresa e i risultati funzionali.
Se il timore è che la protesi "finisca" prima di voi, va detto che gli impianti moderni durano mediamente 15-20 anni e le tecniche di revisione sono oggi molto affidabili. Rimandare l'intervento per anni con dolore cronico raramente è la scelta giusta.
Le protesi di ginocchio di ultima generazione hanno una sopravvivenza a 10 anni superiore al 95% e a 15 anni superiore all'85-90%, secondo i registri internazionali. Molti pazienti superano i 20 anni senza necessità di revisione.
La durata dipende da diversi fattori: peso corporeo, livello di attività fisica, qualità ossea e tipo di impianto. Sport ad alto impatto (corsa, calcio) riducono la longevità della protesi; attività a basso impatto (nuoto, bici, golf) sono ben tollerate.
Nella protesi cementata, i componenti vengono fissati all'osso con cemento chirurgico (polimetilmetacrilato): garantisce stabilità immediata ed è la tecnica più diffusa, particolarmente indicata nei pazienti anziani o con osteoporosi.
Nella protesi non cementata (o press-fit), la superficie rugosa dei componenti favorisce la crescita ossea diretta sull'impianto nel corso delle settimane successive all'intervento. È preferita nei pazienti più giovani con buona qualità ossea. La scelta dipende dalla valutazione clinica individuale.
Sì, nella maggior parte dei casi. Gli sport consigliati dopo una protesi di ginocchio sono quelli a basso impatto: nuoto, ciclismo, camminate, golf. Anche lo sci da discesa è possibile per chi lo praticava prima, con le dovute precauzioni.
Gli sport ad alto impatto — corsa su asfalto, calcio, tennis su terra rossa — sono generalmente sconsigliati perché accelerano l'usura dell'impianto. La ripresa sportiva va sempre concordata con il chirurgo e il fisioterapista in base all'evoluzione della riabilitazione.
Per la grande maggioranza dei pazienti sì: la protesi di ginocchio è uno degli interventi con il più alto tasso di soddisfazione in chirurgia ortopedica. Circa il 90% dei pazienti riferisce una riduzione significativa o completa del dolore da artrosi.
Nelle prime settimane post-operatorie è normale avvertire dolore da guarigione, gonfiore e rigidità mattutina. Questi sintomi si attenuano progressivamente con la fisioterapia. Un piccolo numero di pazienti (5-10%) riferisce dolori residui cronici, soprattutto in caso di ipersensibilità al freddo o di complicanze specifiche.
Sì, e questa è una delle ragioni per cui la protesi monocompartimentale è considerata una scelta "reversibile". Se in futuro l'artrosi dovesse progredire agli altri compartimenti, è possibile convertire la mono in una protesi totale con una procedura tecnicamente fattibile, anche se più complessa rispetto a un primo impianto totale.
La preservazione del tessuto osseo nella chirurgia mono facilita questa eventuale conversione. È comunque importante discutere questo scenario con il proprio chirurgo durante la visita preoperatoria.

