Non riuscire più a sollevare correttamente la punta del piede dopo un intervento di protesi d’anca è un sintomo che richiede una valutazione medica accurata.
Questa condizione viene comunemente definita piede cadente e può rendere difficile camminare, aumentare il rischio di inciampare e compromettere significativamente l’autonomia della persona.
Le cause possono essere diverse. Il problema può dipendere dalla colonna lombare, da una sofferenza di un nervo periferico oppure, più raramente, da una complicanza neurologica associata all’intervento chirurgico. Per questo motivo è importante non limitarsi a trattare il sintomo, ma ricostruire con precisione quando è comparso il deficit e individuarne la possibile origine.
Il caso clinico
Il caso riguarda una donna di 72 anni che, in seguito a una caduta domestica e a una frattura del femore, era stata sottoposta a un intervento chirurgico con impianto di una protesi d’anca.
Già nei giorni immediatamente successivi all’operazione la paziente aveva avvertito una sensazione anomala al piede e una crescente difficoltà nel sollevarne la punta.
Durante il cammino il piede tendeva a trascinarsi sul terreno, causando frequenti inciampi. Per compensare questa difficoltà, la paziente era costretta a sollevare maggiormente il ginocchio e l’anca durante il passo.
Dopo un lungo periodo trascorso in una struttura riabilitativa, la paziente aveva proseguito la fisioterapia a domicilio, arrivando a eseguire circa 180 sedute senza ottenere un recupero funzionale significativo.
A oltre due anni dall’intervento, giungeva alla mia osservazione con una capacità di camminare fortemente compromessa. Utilizzava un girello e, fino a quel momento, non aveva adottato un’ortesi specifica per sostenere il piede durante il passo.
Che cos’è il piede cadente
Il piede cadente non rappresenta una diagnosi, ma un segno clinico. La persona interessata non riesce a eseguire correttamente la dorsiflessione della caviglia, cioè il movimento che permette di sollevare la punta del piede verso l’alto.
Durante la fase in cui il piede viene portato in avanti, la punta può quindi urtare o strisciare contro il terreno. Per evitare di inciampare, il paziente tende a sollevare maggiormente il ginocchio, assumendo un’andatura caratteristica chiamata “steppage”.
Oltre a rendere più faticosa la deambulazione, il piede cadente aumenta il rischio di cadute e può determinare, nel tempo, rigidità articolare, perdita di autonomia e ulteriori compensi posturali.
Quali nervi possono essere coinvolti
Il movimento che consente di sollevare il piede dipende principalmente dall’attività dei muscoli innervati dalla componente peroneale del nervo sciatico.
Il nervo sciatico si divide nelle sue due componenti principali:
• il nervo tibiale;
• il nervo peroneo comune, tradizionalmente chiamato anche nervo sciatico popliteo esterno o SPE.
Quando la componente peroneale viene interessata da una lesione o da una sofferenza neurologica, possono comparire debolezza nella dorsiflessione della caviglia, difficoltà nel sollevare le dita e alterazioni della sensibilità nella parte esterna della gamba o sul dorso del piede.
La sola osservazione del piede, tuttavia, non è sufficiente per stabilire quale sia il tratto nervoso coinvolto. Il deficit può infatti originare dal nervo sciatico, dal nervo peroneo comune oppure dalle radici nervose lombari.
Sciatica e paresi del nervo sciatico sono la stessa cosa
La sciatica, più correttamente definita sciatalgia, è una condizione caratterizzata generalmente da dolore che dalla zona lombare o dal gluteo può irradiarsi lungo l’arto inferiore.
La paresi indica invece una riduzione della forza muscolare dovuta a un’alterazione della funzione nervosa. Dolore e deficit motorio possono presentarsi insieme, ma non sono la stessa cosa. Inoltre, un piede cadente può comparire anche in assenza di un dolore tipicamente sciatico.
Nel caso descritto erano già state eseguite indagini sulla colonna lombare, alcune risonanze magnetiche e un’elettromiografia. La successiva valutazione neurologica aveva orientato la diagnosi verso una paresi del nervo sciatico con prevalente interessamento della componente peroneale.
Perché il momento di comparsa del deficit è importante
Durante la visita, una nuova ricostruzione della storia clinica ha evidenziato un elemento rilevante: la difficoltà nel controllo del piede era comparsa subito dopo l’intervento di protesi d’anca.
La relazione temporale tra l’operazione e il deficit non permette, da sola, di stabilirne la causa e non dimostra automaticamente che l’intervento sia stato eseguito in modo scorretto.
Rappresenta però un’informazione clinica importante, perché orienta gli approfondimenti e impone di considerare anche una possibile sofferenza neurologica postoperatoria.
Le lesioni nervose associate alla chirurgia protesica dell’anca sono poco frequenti, ma possono verificarsi per differenti meccanismi. Tra le possibili cause rientrano la compressione del nervo, un ematoma, una trazione eccessiva, una contusione oppure altre condizioni da valutare nel singolo paziente.
Cosa fare se il piede cadente compare dopo l’intervento
La comparsa di un deficit motorio dopo una protesi d’anca non dovrebbe essere considerata una normale conseguenza del dolore postoperatorio.
È opportuno informare tempestivamente l’équipe chirurgica e procedere a una valutazione clinica e neurologica. Il medico dovrà verificare la forza muscolare, la sensibilità, i riflessi, la modalità di deambulazione e l’esatta distribuzione del deficit.
Particolare attenzione deve essere riservata ai sintomi comparsi improvvisamente, in rapido peggioramento oppure associati a dolore intenso, gonfiore o altre alterazioni neurologiche.
In base al quadro clinico possono essere indicati ulteriori esami, tra cui elettromiografia ed elettroneurografia, esami di imaging e approfondimenti sulla colonna lombare. Gli accertamenti devono essere scelti dal medico sulla base dei sintomi, del momento di comparsa e della possibile sede della lesione.
Quali sono i possibili trattamenti
Il trattamento del piede cadente dipende dalla causa, dalla gravità del deficit e dal tempo trascorso dalla sua comparsa.
Ortesi per sostenere il piede
Un’ortesi caviglia-piede, come la tradizionale molla di Codivilla o altri tutori specifici, può sostenere il piede durante il passo.
L’ortesi non ripara direttamente il nervo, ma può rendere più sicura la deambulazione, ridurre il rischio di inciampare e contribuire a prevenire atteggiamenti articolari non funzionali. La scelta del dispositivo deve essere personalizzata considerando la forza residua, la stabilità della caviglia e le necessità del paziente.
Riabilitazione
La fisioterapia può aiutare a mantenere la mobilità articolare, limitare le rigidità, preservare la funzione muscolare disponibile e migliorare l’equilibrio e l’autonomia.
Il programma riabilitativo deve però essere inserito all’interno di un inquadramento diagnostico chiaro. Se il deficit persiste senza un miglioramento apprezzabile, non è sufficiente ripetere indefinitamente lo stesso trattamento: è necessario rivalutare la diagnosi e verificare le possibilità terapeutiche ancora disponibili.
Trattamenti chirurgici
In presenza di una causa correggibile può essere presa in considerazione una procedura mirata sulla struttura responsabile del deficit.
Quando invece il deficit è stabilizzato da tempo e non sono presenti adeguati segni di recupero neurologico, in pazienti selezionati può essere valutata una trasposizione tendinea.
Questo intervento utilizza un tendine funzionante per contribuire a ripristinare il movimento di dorsiflessione del piede. Non determina la guarigione del nervo, ma può migliorare la funzione del passo attraverso una diversa distribuzione delle forze muscolari.
L’indicazione dipende dalle condizioni generali del paziente, dalla mobilità della caviglia, dalla forza dei muscoli ancora funzionanti e dalla capacità di affrontare il successivo percorso riabilitativo.
Il nervo sciatico può recuperare
La prognosi delle lesioni nervose periferiche è variabile. Il recupero dipende dal tipo di lesione, dal meccanismo che l’ha determinata, dalla sua gravità, dal tempo trascorso e dalla presenza di segnali di ripresa clinica o strumentale.
In alcuni pazienti il miglioramento può essere graduale e richiedere molti mesi. In altri casi il deficit può persistere nonostante la riabilitazione.
Per questo motivo non è possibile prevedere il risultato osservando soltanto il sintomo iniziale. Sono necessari controlli nel tempo, valutazioni cliniche ripetute e, quando indicato, esami neurofisiologici.
Cosa insegna questo caso clinico
Il primo insegnamento è che il piede cadente deve essere considerato un segno neurologico da approfondire, non soltanto una difficoltà riabilitativa.
La cronologia dei sintomi è fondamentale. Sapere che il deficit è comparso subito dopo l’intervento può modificare il percorso diagnostico e indirizzare gli approfondimenti verso cause diverse da un problema esclusivamente lombare.
Il secondo insegnamento riguarda la necessità di rivalutare il paziente quando il recupero non procede come previsto. Un lungo percorso fisioterapico senza risultati significativi deve portare a verificare nuovamente la diagnosi e le alternative terapeutiche.
Una complicanza non coincide automaticamente con un errore medico. Ogni situazione deve essere ricostruita e valutata sulla base dei dati clinici, degli esami eseguiti e dell’evoluzione del paziente.
L’obiettivo resta riconoscere tempestivamente il problema, informare il paziente con chiarezza e individuare il percorso più appropriato per migliorare, per quanto possibile, sicurezza, funzione e autonomia. In questo processo la visita clinica, l’esperienza del medico e un rapporto trasparente con il paziente restano centrali.
Quando richiedere una valutazione specialistica
Una valutazione ortopedica può essere utile quando:
- la difficoltà nel sollevare il piede compare dopo un intervento chirurgico;
- il piede tende a trascinarsi durante il cammino;
- si verificano frequenti inciampi o cadute;
- il deficit non migliora nonostante la fisioterapia;
- non è ancora stata chiarita l’origine neurologica del problema;
- si desidera una seconda opinione sulle possibilità terapeutiche.
La visita permette di esaminare la documentazione già disponibile, ricostruire la comparsa dei sintomi e valutare se siano necessari ulteriori approfondimenti o un diverso percorso terapeutico.
Prenota una visita specialistica: rivaluteremo insieme diagnosi e possibilità di trattamento.
FAQ - Domande Frequenti sul Piede Cadente
Sì, in alcuni casi il piede cadente può essere collegato a una sofferenza del nervo sciatico o della sua componente peroneale comparsa in relazione all’intervento. Si tratta tuttavia di una complicanza poco frequente. La relazione deve essere verificata attraverso la visita, la ricostruzione della storia clinica e gli esami appropriati.
Il segno più caratteristico è la difficoltà nel sollevare la punta del piede. Durante il cammino il piede può trascinarsi e il paziente può essere costretto a sollevare maggiormente il ginocchio per evitare di inciampare.
No. La sciatica è generalmente caratterizzata da dolore irradiato lungo l’arto inferiore. Il piede cadente è invece un deficit motorio. Le due condizioni possono coesistere, ma il piede cadente può presentarsi anche senza il tipico dolore sciatico.
L’elettromiografia può essere utile per localizzare la lesione, valutarne la gravità e controllare l’eventuale recupero. La necessità e la tempistica dell’esame devono però essere stabilite dal medico in base alla situazione clinica.
La fisioterapia è importante per mantenere la mobilità, prevenire rigidità e valorizzare la funzione muscolare residua. Il recupero neurologico dipende però dal tipo e dalla gravità della lesione. Se non si osservano miglioramenti, è opportuno rivalutare il quadro diagnostico.
La trasposizione tendinea può essere presa in considerazione nei deficit persistenti, quando il recupero nervoso risulta insufficiente e sono presenti condizioni muscolari e articolari adeguate. L’indicazione deve essere definita individualmente dopo una valutazione specialistica.
È consigliabile segnalare tempestivamente il sintomo all’équipe che ha eseguito l’intervento. Un nuovo deficit motorio richiede una valutazione, soprattutto se compare improvvisamente, peggiora rapidamente o si associa a dolore intenso e altre alterazioni neurologiche.

